Mimetismo criptico sull’attrezzatura per la pesca subacquea

Presentazione

“Il processo attraverso cui si forma l’analogia mimetica in natura è un problema che coinvolge quelli dell’origine di tutte le specie e di tutti gli adattamenti” H.W.Bates (1862)

Assomigliare a qualcosa di diverso, un sasso, un’alga o un altro animale, camuffarsi nell’ambiente, ingannare chi osserva, apparire ciò che non si è per sopravvivere e riprodursi è una strategia molto comune tra le specie ittiche.  

Un inganno che il pescatore deve imparare a usare osservando le soluzioni adottate dalle forme di vita del mondo sommerso.

In questi ultimi anni, però, sembra un argomento passato di moda: gli scettici sull’efficacia di una forma di mimetismo sull’attrezzatura per la pesca subacquea sono aumentati. Nelle mute è rimasta l’abitudine dei costruttori di usare tessuti con colorazione e disegni mimetici, questi però, in molti casi, illudono solo l’occhio umano (nell’interpretazione del cervello del pescatore), mentre ho dei dubbi che possano ingannare l’elaborazione cerebrale dei pesci. Ricordo che il loro cervello si è evoluto in 200 milioni di anni, sono sopravvissuti perché non sono così stupidi da ignorare o confondere una massa in movimento anche se colorata come lo sfondo delle rocce circostanti, con un oggetto inanimato (Life detector).

In un articolo del 2004, a proposito del mimetismo da applicare alle mute subacquee, sulla base dei dati scientifici in mio possesso avevo approfondito come i pesci possano <vedere> il pescatore subacqueo:

 < Da quando, nel 1997 sono apparse delle macchie mimetiche sulla muta in neoprene liscio che indossavo nei primi video sull’agguato, questi vestiti subacquei solitamente di colore nero, hanno cominciato a cambiare la loro presentazione. Oggi, il mercato delle mute mimetiche in neoprene liscio è in forte crescita ma, a mio avviso, la maggior parte delle soluzioni cromatiche proposte dagli attuali produttori (sempre più fantasiose) male assolvono lo scopo. Non tutti i pescatori subacquei, però, concordano sulla necessità di camuffare la propria muta, ottenendo indiscutibili successi anche con il classico vestito nero. Sono, per lo più, atleti che disdegnano il basso fondo preferendo una pesca in profondità, dove la scarsa luminosità rende superfluo ogni mimetismo, o che praticano l’unica tecnica venatoria dove la mimetizzazione della muta non serve: la pesca in tana.

A mio parere, quanto più luminoso è il fondale sul quale il pescatore subacqueo opera, tanto più è importante un efficace “camouflage” del suo vestito subacqueo. Per avvalorare la tesi sull’efficacia della una muta mimetica nella pesca in acque luminose e trasparenti, sarebbe sufficiente osservare quante soluzioni mimetiche adottano le forme di vita che vivono nel basso fondo marino.

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 <Life detector> quale capacità mentale dei pesci?

L’espressione <life detector> indica quel processo mentale che riconosce un corpo fisico animato da un oggetto inanimato.

Life detector è un riconoscimento fondamentale nella caccia, sia per il predatore, sia per la preda: scoprire un pesce tra le rocce quando gli iridociti nel derma riflettono le lunghezze d’onda dell’ambiente circostante e i cromatofori colorano la livrea con gli stessi colori del fondo, in molte situazioni è una vera impresa anche per un occhio evoluto come quello umano. Così come lo è per il pesce che si avvicina al pescatore immobile sul terreno, disposto nella pesca all'aspetto: scoprire che è un terribile predatore e non una propaggine della roccia, fa la differenza tra la vita e la morte!

Nell'ambiente marino, il cervello degli animali che lo abitano divide gli oggetti che appaiono nel loro quadro visivo in quattro categorie: cibo, predatore, partner sessuale, o cose senza vita. Nell'elaborazione dell’impianto neurologico molto semplice dei pesci non c'è spazio per la contemplazione o altre tipologie mentali (ammetto l’ipotesi che il pesce abbia dei processi mentali semplici): nelle decine o centinaia di oggetti che circondano il pesce, sia sul fondo o più in alto nella colonna d’acqua, tutto ciò che esula dalle prime tre categorie, è semplicemente ignorato! In pratica il cervello del pesce non spreca energia per catalogare tutte le cose che lo circondano, il meccanismo <life detector> semplicemente cancella o meglio ignora ciò che è senza vita. Una volta sono stato per decine di minuti a osservare due saraghi fasciati di pochi centimetri di lunghezza intenti a confrontarsi in maniera aggressiva (non so per quale ragione) completamente allo scoperto, semplicemente immobile, affacciato sopra una roccia: troppo grande perché appaia nella categoria di un loro predatore (nessuno della mia mole è interessato a pesci di pochi grammi). Quando arriveranno a cinquecento grammi, non resteranno certo nelle mie vicinanze per risolvere probabili questioni di gerarchia (da adulto il sarago fasciato, sparide gregario, saprà già qual è il suo posto nel branco. Il processo <life detector> evolve nel corso della vita del pesce completandosi con le esperienze di vita vissuta e quando un corpo scuro con due lunghe estremità pinnate che ha terminato la vita di molti conspecifici apparirà nei dintorni provocherà la fuga immediata. E’ banale osservare come questi sparidi <sappiano> qual è la taglia oltre la quale essi corrono dei pericoli ad avvicinarsi al pescatore: quando sono troppo piccoli, ci ignorano, da sub - adulti hanno già capito che siamo forme viventi e si avvicinano a studiarci con il loro occhio dominante, mentre da adulti si terranno a debita distanza soprattutto se avremo in pugno un attrezzo stretto e lungo.

Le miriadi di soluzioni nel mimetismo criptico adottato dalle specie ittiche (molto più frequenti che nella fauna della terra ferma) dimostra lo sforzo evolutivo di queste forme di vita nell'ingannare il meccanismo cerebrale <life detector> di chi le osserva.

In mare, invertebrati, pesci e crostacei, tutti cercano di rientrare nella categoria degli oggetti inanimati, o almeno di ritardare la percezione nella preda o nel predatore che l’oggetto osservato <è vivo>. Fino alla soluzione estrema di fingersi morti.

Nota autobiografica:

Diversi anni fa, avendo avvistato dalla superficie un’orata che nuotava a mezz'acqua, non avendo strategie di cattura in campo aperto, ho aspettato che passasse sotto la mia verticale per immergermi in maniera disordinata allargando le braccia e indirizzare la fuga del pesce contro un pinnacolo che si ergeva dal fondo. Questo finto inseguimento si è protratto per diversi secondi e ha evidenziato l’esitazione dell’orata nel prendere una decisione: il mio intento era di spaventarla fino a convincerla a rifugiarsi in una delle numerose spaccature della roccia poste alla base della secca (in questo caso ho simulato di essere un pericoloso e veloce predatore, come un pelagico). Purtroppo il pesce dopo qualche scantonamento tra gli anfratti del fondo, è sparito alla mia vista e sono subito riemerso in debito d’ossigeno dopo il lungo inseguimento. In verità avevo improvvisato un’azione venatoria con poche possibilità di riuscita e non ero neppure troppo deluso dell’insuccesso. Ripreso fiato, mi sono spostato secondo un itinerario seguito molte altre volte in quella zona e che prevedeva l’attraversamento della prateria di posidonia tra il sommo dov'eraavvenuto ’incontro con l’orata, verso un altro pinnacolo a poche decine di metri di distanza. Sulla posidonia di solito accelero il mio nuoto perché, a parte la corvina, questo biotopo non offre rifugio ad altri pesci d’interesse venatorio per il pescatore subacqueo. Dopo una decina di metri una specchiata proveniente dal fondo ha richiamato la mia attenzione: un pesce adagiato sul fianco tra le foglie di posidonia aveva riflesso i raggi del sole provenienti dalla superficie, sembrava proprio l’orata che avevo appena inseguito! Ho vagliato in pochi secondi diverse ipotesi prima di scegliere di dirigermi verso il pesce apparentemente senza vita: <che sia morto dallo spavento procurato dal mio inseguimento!>, o <è un altro pesce rimasto preso all'amo di un palamito non ancora individuato sul fondo>, o <è un pesce trafitto e disarpionato da un altro pescatore subacqueo che sta battendo la mia stessa zona>. Più mi avvicinavo in immersione al pesce (si muoveva sdraiato passivamente tra le foglie, sull'azione delle onde e della risacca), più mi appariva senza vita e pensavo già di controllare lo stato delle branchie per capire da quanto tempo era morto. Avevo scartato in partenza l’ipotesi di colpirlo con una fucilata col rischio di piantare l’asta nella posidonia e non riuscire più a disincagliarla dai rizomi della pianta acquatica. La livrea era quella classica <post mortem> senza il caratteristico <pigiama> a strisce che adottano gli sparidi quando s’immobilizzano sul fondo contro qualche ostacolo per scomparire alla vista del predatore.  Non ho fatto in tempo a toccarla che con una scodata l’orata si è dileguata verso il largo, lasciandomi con un palmo di naso!

<Fingersi morti> è l’ultima scelta di fronte all'estremo pericolo anche per molti animali della terra ferma, evidentemente questo riflesso ha origini evolutive molto antiche. Stupisce che questo schema di comportamento abbia provocato nell'orata la livrea completamente argentea del pesce senza vita, mentre l’immobilità dell’orata in posizione verticale (altra soluzione di mimetismo criptico) al contrario attiva il classico <pigiama> a strisce (vedi foto sotto). Con la morte del pesce gli strati dei cromatofori si rilassano evidenziando quello più esterno completamente argenteo.

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FUTURO TRISTE DELLA SPIGOLA

Presentazione

La mia giovinezza venatoria è stata caratterizzata dalla cattura invernale di una preda dalle carni prelibate: la spigola (Dicentrarchus labrax).

La spigola appartiene all’ordine dei perciformi più numeroso tra vertebrati comprendendo più di 7000 specie! Quest’ordine ha avuto successo perché circa 250 milioni di anni fa, i progenitori hanno evoluto la vescica natatoria perfezionando l’equilibrio idrostatico del corpo e realizzando un risparmio energetico considerevole. Con la vescica natatoria, non dovendo più sostenere il corpo nella colonna d’acqua, si sono evoluti anche i tessuti muscolari necessari per il nuoto: dalle potenti fibre muscolari <rosse> degli antenati, i perciformi hanno sviluppato fibre <bianche> meno potenti ma più scattanti. I filetti di carne bianca della spigola e dei perciformi in generale hanno creato dei pesci prelibati per il palato umano! Unico inconveniente: la vescica natatoria funziona fino a una certa profondità, oltre, la pressione idrostatica è talmente alta da comprimere il volume dei gas che vi sono contenuti, fino a essere inefficaci per qualunque funzione di equilibrio idrostatico. Questo limita la batimetria dell’habitat vitale dei perciformi.

Nell’età giovanile, non conoscendo ancora la tecnica della pesca <all’aspetto>, le mie catture avvenivano tra le rocce del basso fondo, a volte, a pochi centimetri di profondità, inseguendo gli spostamenti dei pesci nella schiuma della risacca. Mi ricordo che c’era un momento magico per queste catture: la riproduzione, dove un piccolo drappello di maschi dai movimenti dinamici, accompagnava la femmina, solitamente di taglia molto più grande, che nuotava lentamente alla ricerca di un posto adatto per la deposizione delle uova.

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Il mare è stato la nostra culla.

  Lo studio del DNA della nostra specie evidenzia che subito dopo la sua origine, Homo sapiens, ha attraversato un momento nel quale ha rischiato l’estinzione: di vari ceppi dei nostri antenati ne è sopravvissuto uno solo dal quale discendono tutti gli uomini che ora popolano il pianeta. La diversità genetica molto bassa dell’uomo moderno ha un’unica spiegazione scientifica: un ”collo di bottiglia evolutivo”, un disastro demografico, che ha portato i nostri progenitori al limite dell’estinzione.

Quando l’uomo apparve in Africa circa 200.000 anni fa, evolvendosi da un antenato comune alle scimmie antropomorfe, il clima era favorevole e il cibo abbondante. Dopo qualche migliaio di anni il pianeta entrò nel lungo periodo glaciale detto MIS6 (Stadio Isotopico Marino 6) che mise a  dura prova le sue capacità di adattamento e di sopravvivenza. Tutti gli studi genetici concordano nel ritenere che solo poche centinaia d’individui sopravvissero alla morsa del gelo in un territorio diventato arido e inospitale.

Curtis W. Marean professore alla School of Human Evolution, sulla base di ipotesi induttive ha individuato e successivamente studiato  con dei collaboratori un sito, detto Pinnacle Point  nei pressi della città di Mossel Bay in Sudafrica, dove con molta probabilità un nucleo ristretto  di umani sono riusciti a sopravvivere.

Pinnacle Point è un promontorio dell’oceano indiano che presenta numerose grotte dove, in varie stratificazioni, si sono mantenuti intatti antichi resti d’insediamenti umani del passato. Gli scavi archeologici hanno dato alla luce focolari e strumenti in pietra lasciati dalle genti che hanno abitato il sito e quelli circostanti a  partire da 164.000 fino a 48.000 anni fa.

La grotta che Marean ha esplorato, non ha nome, ma una sigla: PP13B.

La linea costiera del Sudafrica, detta “Regione Floristica del Capo” presenta una striscia di terra con la massima diversità vegetale del mondo: 9000 specie di piante la maggior parte delle  quali vive solo in questa zona. In questa ricchezza vegetale si annoverano anche alcune piante, dette “geofite”, dotate di organi d’immagazzinamento energetico sotterraneo: bulbi, tuberi, cormi che tuttora sono una fonte alimentare importante per i cacciatori raccoglitori (CR) esistenti sul pianeta. Le geofite, come i “fynbos” che si trovano lungo le coste del Sudafrica, hanno alti contenuti di carboidrati e crescendo sotto terra non sono consumati dalla maggior parte degli animali, quindi sono facilmente disponibili per il consumo umano.

Nelle condizioni climatiche estreme del periodo glaciale la dieta del nostro antenato, oltre ai carboidrati, aveva bisogno anche di proteine. Queste furono trovate nel mare che bagna le coste del  Sud Africa dove la fredda corrente del Benguela  ricca di plancton si scontra con la corrente calda del Agulhas  e crea l’habitat ideale per la vita dei molluschi. I frutti di mare sono ricchi di proteine e di acidi grassi omega-3 così importanti nella dieta della nostra specie.

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 LA LIVREA A STRISCE DEI PESCI

 

HOW THE ZEBRA GOT ITS STRIPES ( Kathryn Knight )

Un articolo pubblicato su The Journal of Experimental Biology (http://jeb.biologists.org/content/215/5/736.abstract ) offre una chiave interpretativa sull’evoluzione delle strisce nel mantello delle zebre. La teoria sviluppata da un gruppo di ricercatori svedesi ed ungheresi apre uno spiraglio nella interpretazione della presenza delle strisce nella livrea mimetica di molti pesci.

 La cronaca della ricerca:

In un allevamento di cavalli infestato da tafani e altri insetti succhia-sangue nei dintorni di Budapest i ricercatori hanno cosparso delle lavagnette di olio e colla con dipinte varie tipologie di disegni a strisce, a pois, o a colore uniforme. Hanno contato quanti gentili insetti fossero rimasti incollati alle lavagne e le più efficaci nel tenere lontano gli insetti sono risultate le lavagne con la riproduzione delle strisce simile a quella delle zebre.

La spiegazione degli scienziati:

le strisce chiare e scure del mantello di una zebra riflettono diverse polarizzazioni della luce in un modo che sconvolge l’attrattiva per i tabanids (mosche cavalline)” dall’abstract dell’articolo citato.

Il fenomeno della livrea mimetica a bande scure dei pesci:

L’argomento del mimetismo negli animali marini è straordinariamente vasto, d’altra parte si sono evoluti in centinaia di milioni di anni in un ambiente fortemente competitivo ed hanno potuto sviluppare varie forme di camuffamento per ingannare sia i predatori, sia le prede. L’argomento preso in esame mi porterà a scrivere del mimetismo criptico dei pesci, ma di cosa si tratta? In mare vivono animali che sono veri maghi del mimetismo criptico come il polpo o la sogliola che riescono a controllare tramite il sistema nervoso particolari cellule del derma, i cromatofori, contenenti dei pigmenti colorati. Perché questo mimetismo abbia un successo evolutivo devono verificarsi due condizioni: l’animale marino preda deve risultare cromaticamente simile allo sfondo e l'efficienza della vista del predatore da ingannare deve essere scarsa. Questo tipo di mimetismo si è evoluto nelle specie stanziali che vivono spesso immobili sul fondo. Le specie che invece sono mobili nella colonna d’acqua a volte adottano una livrea a strisce su una livrea argentea che non soddisfa le regole del mimetismo criptico e non ha trovato fino ad oggi alcuna spiegazione attendibile.

Nella foto all’inizio dell’articolo ho evidenziato la livrea di un barracuda, ma avrei potuto mettere quella di una mormora, o quella di un cefalo, di una salpa che al contrario dei precedenti mostrano una livrea a strisce orizzontali. Il barracuda e la mormora hanno una livrea stabile a strisce nere verticali (che si può più o meno accentuare nell’intensità della colorazione), altre specie appartenenti alla famiglia degli sparidi hanno invece un mantello argenteo uniforme, tuttavia, quando per diverse ragioni si immobilizzano sul fondo, assumono una livrea a bande scure più o meno larghe, che nello slang del pescatore subacqueo chiamiamo “pigiama”. Mi è capitato di osservare questo camuffamento indistintamente nei predatori e nelle prede: un dentice immobile al confine tra il posidonieto e la sabbia con il corpo arcuato attende la sua preda assumendo questo camuffamento, ma capita anche al sarago maggiore di piccola taglia o all’orata che sentendosi in pericolo si immobilizza. Sono pesci che abitualmente hanno una livrea più o meno uniforme e riflettente grazie a particolari cellule nel derma sotto l’epitelio: gli iridociti che riflettono le lunghezze d’onda luminose presenti nell’ambiente circostante (livrea molto funzionale quando il pesce si trova vicino al fondo). La comparsa improvvisa di bande più scure sulla livrea, ad opera dei cromatofori, mi ha sempre sconcertato, ed ho potuto riscontrare che sono sempre associate ad un atteggiamento di difesa o di caccia, non ad altri stati emotivi come capita invece nel polpo e nelle seppie. Mi è capitato di catturare delle orate di piccola taglia e di liberarle durante le riprese filmate dei miei documentari, ho scoperto riguardando la scena che tutte, appena trovano un anfratto e si immobilizzano, assumono una livrea mimetica a larghe bande verticali: ne ho dedotto che è un riflesso condizionato!

 Chi caccia cerca, ma se il cacciatore ha l’abitudine di porsi delle domande diventa un “etologo”.

 Prima d’oggi pensavo che il trucco delle bande scure servisse a confondere il pesce con l’ambiente circostante ed è ciò che si diceva anche per il mantello delle zebre, ma probabilmente non è così! La base di questo errore, infatti, sta nell’attribuire agli animali il nostro tipo di visione, gli animali invece hanno evoluto altri “sistemi” di percezione visiva in ragione di

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