Il mare è stato la nostra culla.

  Lo studio del DNA della nostra specie evidenzia che subito dopo la sua origine, Homo sapiens, ha attraversato un momento nel quale ha rischiato l’estinzione: di vari ceppi dei nostri antenati ne è sopravvissuto uno solo dal quale discendono tutti gli uomini che ora popolano il pianeta. La diversità genetica molto bassa dell’uomo moderno ha un’unica spiegazione scientifica: un ”collo di bottiglia evolutivo”, un disastro demografico, che ha portato i nostri progenitori al limite dell’estinzione.

Quando l’uomo apparve in Africa circa 200.000 anni fa, evolvendosi da un antenato comune alle scimmie antropomorfe, il clima era favorevole e il cibo abbondante. Dopo qualche migliaio di anni il pianeta entrò nel lungo periodo glaciale detto MIS6 (Stadio Isotopico Marino 6) che mise a  dura prova le sue capacità di adattamento e di sopravvivenza. Tutti gli studi genetici concordano nel ritenere che solo poche centinaia d’individui sopravvissero alla morsa del gelo in un territorio diventato arido e inospitale.

Curtis W. Marean professore alla School of Human Evolution, sulla base di ipotesi induttive ha individuato e successivamente studiato  con dei collaboratori un sito, detto Pinnacle Point  nei pressi della città di Mossel Bay in Sudafrica, dove con molta probabilità un nucleo ristretto  di umani sono riusciti a sopravvivere.

Pinnacle Point è un promontorio dell’oceano indiano che presenta numerose grotte dove, in varie stratificazioni, si sono mantenuti intatti antichi resti d’insediamenti umani del passato. Gli scavi archeologici hanno dato alla luce focolari e strumenti in pietra lasciati dalle genti che hanno abitato il sito e quelli circostanti a  partire da 164.000 fino a 48.000 anni fa.

La grotta che Marean ha esplorato, non ha nome, ma una sigla: PP13B.

La linea costiera del Sudafrica, detta “Regione Floristica del Capo” presenta una striscia di terra con la massima diversità vegetale del mondo: 9000 specie di piante la maggior parte delle  quali vive solo in questa zona. In questa ricchezza vegetale si annoverano anche alcune piante, dette “geofite”, dotate di organi d’immagazzinamento energetico sotterraneo: bulbi, tuberi, cormi che tuttora sono una fonte alimentare importante per i cacciatori raccoglitori (CR) esistenti sul pianeta. Le geofite, come i “fynbos” che si trovano lungo le coste del Sudafrica, hanno alti contenuti di carboidrati e crescendo sotto terra non sono consumati dalla maggior parte degli animali, quindi sono facilmente disponibili per il consumo umano.

Nelle condizioni climatiche estreme del periodo glaciale la dieta del nostro antenato, oltre ai carboidrati, aveva bisogno anche di proteine. Queste furono trovate nel mare che bagna le coste del  Sud Africa dove la fredda corrente del Benguela  ricca di plancton si scontra con la corrente calda del Agulhas  e crea l’habitat ideale per la vita dei molluschi. I frutti di mare sono ricchi di proteine e di acidi grassi omega-3 così importanti nella dieta della nostra specie.

 

Sia per i molluschi sia per le geofite la condizione climatica glaciale non ha compromesso la disponibilità di queste risorse, anzi, nell’acqua  fredda i molluschi prolificano. Nella grotta PP13B sono stati trovati abbondanti resti fossili di vari tipi di conchiglie: cozze, patelle, lumache di mare, ma anche resti di balene e di foche.

 Mentre nelle zone circostanti il clima glaciale stava azzerando le risorse alimentari, a Pinnacle Point, per un ristretto gruppo di umani il cibo era abbondante!

 

  Per quanto riguarda il consumo delle geofite, nei reperti delle grotte di Pinnacle Point non si è trovata alcuna documentazione, ma essendo provata l’esistenza di queste piante nel periodo glaciale e facendone consumo la maggior parte dei CR che ancora vivono sul pianeta, è molto probabile che anche questi nostri antenati ne abbiano fatto un loro cibo abituale.

Il ritrovamento più interessante tra i reperti degli scavi effettuati in PP13B, però, sono stati alcuni strumenti di pietra databili a più di 160.000 anni fa, tra questi, alcune lamelle di pietra troppo piccole per essere state maneggiate a mano, presumibilmente fissate ad aste di legno per farne degli attrezzi da lancio.

Sorprendente è la successiva scoperta di un collaboratore di Marean, Kyle Brown, esperto in strumenti in pietra dell’Istitute of Human Origins dell’Arizona State University: le lamelle in “silcrete” ritrovate nelle grotte di Pinnacle Point per essere scheggiate nella  maniera così raffinata e per la colorazione riscontrata nei reperti, avevano bisogno di un trattamento termico, ovvero di essere scaldate nel fuoco. La maggior parte dei paleo antropologhi, prima di questa scoperta, invece , riteneva che il trattamento termico della pietra fosse stato inventato dal popolo solutreano in Francia, solo 20.000 anni fa.

“I reperti smentiscono inoltre la convinzione che la modernità cognitiva si sia evoluta ben più tardi di quella anatomica” (Quando il mare salvò l’umanità, Marean, rivista Le Scienze ottobre 2010). Homo sapiens della grotta di Pinnacle Point, per sopravvivere, ha sfruttato conoscenze innovative e moderne che l’hanno reso concorrenziale nella competizione con altre specie umane arcaiche, come Homo di Neanderthal.

La grotta PP13B ha rivelato i resti di occupazioni successive per diversi millenni nonostante i cambiamenti climatici abbiano spostato nel tempo la linea della costa. Dopo il periodo glaciale, 123.000 anni fa, col riscaldamento del clima del pianeta, le acque del mare siano risalite ben oltre  il livello raggiunto nel periodo glaciale MIS6.

 Erich Fisher dell’università della Florida ha evidenziato che la piattaforma continentale in leggera pendenza di fronte al Sudafrica, detta Agulhas Bank, nel periodo glaciale sei può aver allontanato la linea della costa di fronte a Pinnacle Point anche di 95 km, quindi, in funzione delle evoluzioni climatiche, la popolazione residente si è allontanata o avvicinata a questo sito per farvi riferimento nella raccolta e la consumazione dei frutti di mare!

Perché Pinnacle Point, con molta probabilità fu il sito della sopravvivenza della nostra specie e che lezione possiamo trarre, noi uomini moderni, da questo evento documentato dai paleoantropologi?

 Nella mia mente si forma l’immagine dell’archetipo del cacciatore –pescatore, raccoglitore sopravvissuto in condizioni ambientali estreme come in questo periodo sopravvive il popolo degli eschimesi, gli Inuit.

La pulsione per la caccia subacquea e la raccolta dei frutti di mare, ma più in generale, la passione di “ ricavare con le proprie mani il cibo dal mare” non è un’ attività casuale, sviluppata dall’uomo moderno per svago, ne tanto meno uno sport come per esempio il gioco delle bocce. A mio avviso, è ’ l’imprinting remoto di un’attività che ha salvato l’uomo arcaico dall’estinzione.

Noi che troviamo una realizzazione esistenziale nel pescare con un attrezzo primitivo siamo i virtuali discendenti di questo popolo ancestrale sopravvissuto in condizioni climatiche avverse. Da un lontano passato attraverso i resti fossili dei siti che ha occupato, questo popolo ci parla, sia intimamente con il messaggio genetico che ciascuno di noi serba nell’attrazione fatale verso il mare e la caccia, sia attraverso i reperti archeologici e le conseguenti considerazioni degli scienziati citati in quest’articolo.

L’ambiente nel quale viviamo è meno stabile e sicuro di quanto supponiamo, a causa e non, delle nostre attività e della nostra presenza sul pianeta. Possono avverarsi condizioni estreme come MIS 6 anche nel futuro.

Trasmettete ai vostri figli il piacere che procura il cibo catturato in mare con le proprie mani, non lasciatevi condizionare dalle ideologie ambientaliste dei moderni mutanti che ci condannano a rozzi interpreti di attività obsolete. E’ sufficiente una potente eruzione vulcanica, il ciclico alternarsi dei periodi glaciali, l’urto di un asteroide contro il nostro pianeta o qualunque altro evento catastrofico, per riportare l’uomo tecnologico all’origine del suo ciclo biologico: seminudo con un’asta e una punta di silcrete a raccogliere molluschi e cacciare animali marini. Nel passato, il mare è stato la nostra salvezza e potrà esserlo anche per le generazioni che verranno qualora si verificassero sul pianeta delle condizioni estreme.

Manteniamo viva la cultura e la pratica delle attività che, nel passato, sono state fondamentali per la nostra sopravvivenza.